domenica 18 dicembre 2016

La visione del mondo di Palantir







Gli equilibri di potenza nella Silicon Valley parrebbe si stiano muovendo, a seconda che sia stata vinta o persa la scommessa sul nuovo presidente. Assurge alle cronache la maschera di Peter Thiel (nella foto subito alla sinistra di Trump, Tim Cook più distante), co-fondatore Pay-Pal, investitore in Facebook e fondatore di Palantir Technologies, uno dei grandi finanziatori della campagna elettorale di Trump che sembra ben disposto ad ascoltarlo per quanto riguarda il rinnovamento dell' apparato tecnologico militare. Un tipo di deal abbastanza consolidato tra politica e economia. Le vie del businnes sono infinite, tranne che si scontrano con le proprie premesse: "le promesse occupazionali del presidente eletto non possono essere mantenute dai giganti della tecnologia: il loro modello di affari non si basa su una simile creazione di posti di lavoro diretti."---


All’inizio di aprile 2014, John Podesta, futuro presidente della campagna di Hillary Clinton, scrive a Robby Mook, futuro campaign manager. In copia Cheryl Mills e David Plouffe, già nella squadra di Hillary e Obama. L’argomento della mail – una delle migliaia rese disponibili da WikiLeaks – è l’incontro con Eric Schmidt, direttore esecutivo di Google (oggi Alphabet). Secondo Podesta, Schmidt è entusiasta («è pronto a trovare fondi, dare consigli, trovare persone di talento»), vuole essere riconosciuto come «capo consigliere esterno», ma rispetta la struttura della campagna che va formandosi. 

Schmidt non incontra subito Mook, che si trova all’estero, ma strappa subito un appuntamento con Cheryl Mills, consigliere e capo di gabinetto di Hillary Clinton al dipartimento di Stato, e si mette subito in moto. Il 15 aprile 2014 le manda una mail che contiene il file «Note per una campagna democratica del 2016». Schmidt ha già previsto tutto: la campagna costerà 1,5 miliardi, dovrà avere il quartiere generale lontano da Washington e tenere insieme tutti gli aspetti (il lavoro sul campo, l’elettore, il digitale, i media e i sondaggi, l’analisi dei dati, i contatti online). Nella visione di Schmidt, gli aspetti digitali diventano la guida organizzativa della campagna, perché ne costituiscono il metodo: la sua bozza vuole essere l’embrione di Hillary 2016.

Dopo poche ore, Mook reagisce con Podesta, Mills e Plouffe, segnando il territorio: bisogna portare Schmidt nella giusta direzione, facendolo concentrare sugli strumenti e non sulla struttura organizzativa. A ottobre, dopo un evento di supporto per Tom Wolf, futuro governatore della Pennsylvania, Mook scrive a Hillary Clinton, tornando sul ruolo di Schmidt e della società Groundwork. Mook precisa: «Al contrario di quanto Eric spesso afferma nelle sue conversazioni con gli altri, la sua squadra non sta costruendo un sito completo. Parliamo con franchezza: è fantastico che Eric abbia impiegato risorse per la creazione di nuovi strumenti, ma non ci stiamo basando su di lui per averli disponibili; consideriamo ogni risultato della sua squadra un utile elemento di contorno».

Mook mantiene il controllo politico della campagna. La tecnologia non «mangia» la politica [1]. Ma lui stesso propone di assumere un chief technology officer, che sarà Stephanie Hannon, proveniente proprio da Google-Alphabet. Anche la chief technology officer degli Stati Uniti nominata da Obama nel 2014, Megan Smith, proviene da Google-Alphabet. La chief operating officer di Facebook, Sheryl Sandberg, già capo del personale di Lawrence Summers quando era segretario al Tesoro e poi vicepresidente per le vendite e le operazioni globali di Google, è stata invece indicata a lungo come possibile segretario al Tesoro di un’amministrazione Clinton.

Alphabet-Google e in seconda battuta Facebook, ancor più di Apple e di Amazon, sono gli imperi digitali che più si prestano al meccanismo delle «porte girevoli» tra il privato e il pubblico, per la loro capacità di attrarre talenti e di mobilitare denaro e attenzione. In questo senso, gli «imperi digitali» [2] sono eredi delle grandi istituzioni finanziarie, ma la rabbia sociale si rivolge, per ora, soprattutto verso queste ultime. Ciò avviene non tanto perché esistano i buoni o i cattivi, ma perché la narrazione degli imperi digitali, avendo questi in mano il potere dell’informazione (dati e capacità d’analisi), può adattarsi alle preferenze degli utenti-cittadini che odiano le banche ma vogliono continuare a postare su Instagram.

Le porte girevoli funzionano sempre secondo lo stesso meccanismo: la politica conta perché gli interessi legittimi delle imprese richiedono interventi di politica e regolazione (in particolare su temi inediti), le imprese investono su quegli interventi per fare più soldi, le imprese formano élite al loro interno per catturare spazi politici, o assumono personale politico affine per fare i loro interessi, che vengono denominati «innovazione». Questo riguarda anche imprese emergenti, come per esempio Uber, per cui lavora David Plouffe dal 2014. In Europa, la geopolitica degli imperi digitali è legata alle politiche fiscali e alla concorrenza: per promuovere «innovazione» e per rispondere all’offensiva europea in questi ambiti (che deriva da un mix di ricerca di denaro, Schadenfreude, lobbying dei settori alterati dal digitale), gli imperi digitali attiveranno sempre più le porte girevoli. In futuro, potrebbero promuovere e assumere giovane personale politico e istituzionale per fare i loro interessi. L’identikit delle figure prestigiose è: leader giovani usciti di scena per il risultato di un referendum. Ad esempio, David Cameron.



2. Eric Emerson Schmidt (classe 1955) e Peter Andreas Thiel (1967) hanno molte cose in comune. Sono entrambi di chiara origine tedesca, ma Thiel è nato a Francoforte e si è trasferito negli Stati Uniti coi genitori quando aveva un anno. Soprattutto, Schmidt e Thiel sono due «oligarchi» [3] della Silicon Valley. Per il patrimonio: Schmidt 11,4 miliardi di dollari, Thiel 2,7 miliardi (dato Forbes agosto 2016). Per l’influenza politica e istituzionale delle loro imprese: Schmidt con Google-Alphabet, impero digitale per eccellenza di cui è il «ministro degli Esteri» deputato ai rapporti coi governi; Thiel prima con PayPal poi con Facebook (primo investitore esterno e tuttora membro del consiglio d’amministrazione) e in Palantir.

Nella prospettiva della Silicon Valley, l’elezione del 2016 può essere considerata una lotta tra i due oligarchi: Schmidt sostenitore e aspirante campaign manager di Hillary Clinton, Thiel schierato con Donald Trump. Il loro dibattito del 2012 sul futuro della tecnologia durante Fortune Brainstorm Tech [4] ci aiuta a comprendere le loro posizioni. Secondo Schmidt, la tecnologia mette la legge di Moore (il raddoppio della potenza di calcolo dei processori ogni due anni, a parità di dimensioni) al servizio dell’umanità. Il fatto che la tecnologia acceleri esponenzialmente è sempre un bene: la capacità di analizzare i dati che ne consegue, in particolare per la medicina e la genetica, è l’elemento chiave per la costruzione di un mondo migliore. La tecnologia è la grande onda che solleva tutte le barche, ovunque. La tecnologia ha abolito la geopolitica.

Per Thiel, Schmidt fa un ottimo lavoro come ministro della Propaganda di Google. Deplorando l’ottimismo elitario, espone la sua teoria pessimistica sull’evoluzione tecnologica: «Volevamo le auto volanti, ci siamo beccati i 140 caratteri». Secondo Thiel, l’innovazione limitata in molti settori delle economie avanzate dipende dall’approccio invasivo del governo, che smettendo di esercitare un ruolo nell’innovazione (ha sostenuto che l’America avrebbe bisogno di piani quinquennali) si è concentrato sulla regolamentazione. Invece di fare, ha impedito di fare. Ha reso fuorilegge l’innovazione delle cose, trasferendo l’innovazione sui bit, finanza compresa.

Per Thiel l’emblema di questo approccio è Google, che deve scommettere contro l’innovazione, per mantenere il suo primato («monopolio legale»): «L’unica cosa rimasta [per l’innovazione] sono i computer. Se sei un computer, è fantastico. E questa è la prospettiva di Google. (…) Nella maggior parte dei casi, preferiscono i computer alla gente. È per questo che hanno mancato la rivoluzione dei social network. (…) Google ha 30, 40, 50 miliardi di liquidità. Non ha idea di come investire quei soldi nella tecnologia in modo efficace. Perciò preferisce prendere lo 0% di interessi da Bernanke, e alla fine la liquidità viene in parte bruciata attraverso l’inflazione, proprio perché Google non sa come spendere i soldi. (…) La cosa intellettualmente onesta da dire sarebbe che Google non è un’azienda tecnologica, perché essenzialmente è un motore di ricerca. La tecnologia della ricerca è stata sviluppata un decennio fa. Si investe in Google quando si scommette contro l’innovazione nei motori di ricerca».

In questo modo, Thiel attacca la narrazione pubblica degli «imperi digitali», che come abbiamo visto si basa: a) sul potere dei dati; b) sull’ottimismo tecnologico; c) sulla demarcazione conservazione/innovazione come giudizio di Dio. Per Thiel, l’impero digitale Google [5] non fa innovazione e nemmeno tecnologia. Fa soldi. Thiel ha fatto soldi con l’altro impero digitale, Facebook. Ma le sue ambizioni sono più vaste.



3. Cleveland, Ohio, 21 luglio 2016, quarto e ultimo giorno della convention repubblicana. Tra Reince Preibus, presidente del Republican National Committee, e Tom Barrack, già proprietario della Costa Smeralda, appena prima di Ivanka e Donald, Peter Thiel sale sul palco. In sei minuti, con un discorso efficace, delinea il suo manifesto [6]: da uomo che supporta chi costruisce nuove cose, è lì per supportare Donald Trump, il costruttore che saprà ricostruire l’America. Silicon Valley è un posto pieno di soldi ma piccolo, a poche miglia di distanza è tutto un altro mondo, mentre i banchieri alimentano bolle, tra cui la tariffa dei discorsi della Clinton. Il sogno americano è rendere tutta l’America high tech, compreso il governo, che un tempo completava il Progetto Manhattan mentre oggi usa i floppy disk nelle basi nucleari: invece di andare su Marte, abbiamo invaso il Medio Oriente.

Infine, Thiel parla di sé: «Quando ero bambino, il grande dibattito era su come sconfiggere l’Unione Sovietica. E abbiamo vinto. Ora ci dicono che il grande dibattito è su chi deve usare un bagno o l’altro. È una distrazione dai veri problemi. Chi se ne frega. Certo, ogni americano ha un’identità unica. Io sono orgoglioso di essere gay. Sono orgoglioso di essere repubblicano. Ma sopra ogni cosa, sono orgoglioso di essere americano. Non sarò d’accordo su tutta la piattaforma del nostro partito, ma le finte guerre culturali non fanno altro che distrarci dal nostro declino economico».

Quest’intervento ha suscitato grande attenzione mediatica perché Thiel è stato il primo uomo apertamente gay a parlare alla convention nazionale repubblicana dal 2000, e il primo in assoluto a discutere il proprio orientamento sessuale [7]. Anche il democratico di origine indiana Ro Khanna, eletto alla Camera per la prima volta nel distretto della Silicon Valley nel 2016 dopo la seconda battaglia con Mike Honda (anch’egli democratico), si è congratulato con Thiel per le affermazioni sulla sua sessualità. D’altra parte anche Peter Thiel è stato tra i suoi finanziatori: l’agenda della Silicon Valley sa essere bipartisan. I soldi di Thiel sono andati anche a Trump. La sua scommessa è costata circa 1,25 milioni di dollari (250.000 dollari a Trump Victory e un milione di dollari al super PAC Make America Number 1) [8].

4. Thiel è un brillante oratore e un ideologo accattivante. La sua lotta contro il politicamente corretto lo rende il poliziotto cattivo ideale per i convegni sulla bontà della tecnologia. Ma è anzitutto un investitore. Crunchbase riassume i suoi principali investimenti: sono 89, da PayPal nel gennaio 1999 a Samlino.dk nell’agosto 2016. In mezzo c’è soprattutto Facebook, oltre a società come Zynga, Lyft, Quora, Reddit, Judicata. E c’è Palantir Technologies. Alcuni investimenti sono stati realizzati attraverso Founders Fund, il fondo di venture capital che ha investito anche in società come SpaceX e Airbnb. La visione del mondo di Thiel e i suoi investimenti compongono la sua agenda, che possiamo indicare in tre principali elementi.

Le bolle e lo Stato. Thiel, che si dichiara libertario, in un discorso di supporto a Trump ha affermato che gli elettori sono stanchi di sentire i politici conservatori dire che il governo non combina mai nulla. Ha citato il Progetto Manhattan, il sistema autostradale, il programma Apollo come esempi di un ruolo competente del governo. Nello schema di Thiel, il governo sbaglia nella sua allocazione di investimenti, generando alcune bolle di ottimismo che non rispondono alla realtà. Un esempio è l’istruzione, in cui il governo e le famiglie scommettono sulla laurea, che lui non ritiene un buon investimento (ha avviato un programma per convincere i ventenni con alto potenziale a non andare all’università). Un altro esempio è la guerra. Sia l’invasione dell’Iraq che la no-fly zone in Siria richiesta da Hillary Clinton sono «bolle di ottimismo»: la prima doveva portare la democrazia a buon mercato, mentre ha portato il caos spendendo decine di volte quanto previsto, la seconda potrebbe portare a un conflitto nucleare con la Russia. Queste bolle nascono dal fatto che le élite dei baby boomers sono abituate a negare le difficoltà della realtà. Siccome la loro vita è stata facile e di successo, scommettono che tutto sia facile. Davanti alla realtà, continuano a raccontarsi favole, come nella «bolla del commercio» secondo cui tutti sono vincitori. Per quanto riguarda la Russia, la scelta trumpiana di Thiel – scacchista di valore in gioventù – ha avuto probabilmente un impatto sul suo stretto rapporto personale con Garry Kasparov, con cui doveva pubblicare un libro che non è mai apparso.

La centralità della difesa. Nel suo principale discorso di politica estera (27 aprile 2016), Trump ha detto che aumenterà la spesa militare, ma senza spendere più per la difesa dell’Europa o dell’Asia. Questa è musica per le orecchie di Thiel.

Ne consegue la domanda: «Allora, dove finiscono tutti quei soldi?». Questo ci porta a Palantir Technologies. Palantir (il nome deriva dal Signore degli Anelli) è la società di analisi dei dati di cui Thiel è cofondatore. Nel corso degli anni, ha alimentato un alone di mistero. Non è una società quotata, quindi non tutti gli aspetti finanziari sono noti, ma ha un rilevante giro d’affari, con un miliardo e mezzo di ricavi stimati nel 2015 e una valutazione di circa 20 miliardi di dollari. Ha ricevuto investimenti da In-Q-Tel, il venture capital della Cia, ha avuto tra i suoi clienti numerose agenzie pubbliche ed entità finanziarie e industriali, come JPMorgan e Bp. Le stime sul peso del settore pubblico nei ricavi variano dal 25% al 50% [9].

Potremmo dire che Palantir si occupa di big data, ma a Thiel non piacerebbe: le startup che usano termini di moda come cloud computing, big data o machine learning, infatti, per lui sono sinonimo di fregatura [10]. Il suo consiglio è: scappate appena sentite queste stupidaggini. Anche questo fa parte del personaggio: fare soldi coi big data, dicendo che quelli che parlano di big data sono una massa di idioti. Per Thiel, lo scopo di Palantir non è l’intelligenza artificiale, ma l’augmented intelligence (intelligenza aumentata) attraverso l’integrazione uomo-macchina, in una sorta di divisione del lavoro tra la computazione della macchina e la selezione dell’uomo. Questo ha portato alla creazione di una serie di servizi commerciali basati su diverse esigenze (tra cui anticontraffazione, sicurezza informatica, difesa, intelligence, law enforcement). Alcuni documenti riservati pubblicati da Buzzfeed [11] hanno rivelato, tra l’altro, che Palantir nel 2015 non ha generato profitti e ha perso alcuni dipendenti. La scommessa politica di Thiel – in particolare se questi non ricoprirà un ruolo ufficiale nell’amministrazione Trump, con potenziale conflitto di interessi – potrebbe rivelarsi redditizia per Palantir. Il dipartimento della Difesa ha investito molto nel rapporto con la Silicon Valley anche durante il mandato di Ash Carter, il quale ha rivendicato, tra l’altro, che la spesa in ricerca e sviluppo del Pentagono (72 miliardi di dollari) è più del doppio di quella cumulativa di Apple, Intel e Google [12]. Thiel sa che nessun settore ha la capacità di spesa della difesa: il ruolo dell’investimento pubblico non riguarda solo la politica industriale, ma la sopravvivenza e la proiezione degli Stati e degli imperi. La frontiera infinita della tecnologia passa sempre per i militari.

Le auto volanti. Thiel si lamenta perché al posto delle auto volanti di Ritorno al futuro abbiamo i 140 caratteri di Twitter. In sintesi, invece di realizzare la fantascienza, la tecnologia ci porta a condividere i fatti nostri. Lui guadagna anche su questo, ma la sua agenda prevede le auto volanti. Che tradotto in prosa, oltre alle auto che si guidano da sole, significa sostegno a una nuova manifattura negli Stati Uniti. L’eroe eponimo è Elon Musk, suo collega in PayPal e fondatore di Tesla e di SpaceX. L’ammirazione per le imprese di Musk accomuna Thiel e il suo avversario Larry Page, co-fondatore di Google, secondo cui sarebbe meglio dare il suo patrimonio a Musk piuttosto che in beneficienza.

Questa visione del mondo è «America First»: la tecnologia manifatturiera e dei dati è una proiezione degli interessi americani, è legata agli apparati americani, è parte integrante di un nuovo concetto di geoeconomia offensiva [13]. Connessa all’accelerazione tecnologica della manifattura, ma anche all’integrazione tra finanza e tecnologia: le principali realtà finanziarie degli Stati Uniti hanno investito nella trasformazione tecnologica della finanza (fintech) e Blackrock ha cercato una partnership con Google [14]. Thiel adora parlar male della finanza, mentre le entità finanziarie sono sue clienti in Palantir e lui stesso ha investito in diverse startup fintech, soprattutto nella sua Germania. Gli investimenti globali nel fintech sono passati da 4 miliardi di dollari nel 2013 a 12 miliardi nel 2014, fino a 22 miliardi nel 2015. Su tutto incombe un appuntamento con la realtà politica: né la nuova manifattura né l’integrazione tra finanza e tecnologia potranno rispondere alle promesse di Trump sui posti di lavoro. Thiel smonta il tecnopoliticamente corretto e l’esempio di Musk convince più giovani di talento a studiare ingegneria aerospaziale, ma questo non basta. Infatti, vincere queste sfide potrebbe creare nuove grandi rendite tecnologiche, che potranno essere parcheggiate o investite, ma non possono ricreare le opportunità occupazionali del dopoguerra per la classe media.

Nella geopolitica della tecnologia, crescono le ambizioni di altri attori, tra cui la Cina. Mentre Thiel pensa di rinnovare profondamente Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency) e Pentagono, il fisico quantistico Pan Jianwei ha proposto di creare una Darpa cinese. Con il declino della globalizzazione, un altro fronte di tensione è l’acquisizione delle imprese tecnologiche, diretta o attraverso fondi dedicati. Il fondo giapponese Softbank sta acquistando un ruolo sempre più centrale. Ha fatto fortuna con l’investimento in Alibaba, possiede la terza compagnia mobile degli Stati Uniti (Sprint) e nel 2016 ha acquisito per 31 miliardi di dollari l’inglese Arm Holdings, conquistando una posizione importante nel mercato dei microprocessori. Inoltre, progetta di indirizzare i capitali delle monarchie del Golfo sull’alta tecnologia, attraverso un fondo da 100 milioni di dollari lanciato con l’Arabia Saudita.

Le auto non volano in un cielo vuoto. Quando nel 2015 Henry Kissinger ha visitato Google, Eric Schmidt gli ha chiesto: «La crescita della modernità e del commercio genera un mondo con meno guerre e meno conflitti. Mi sbaglio?». Kissinger gli ha risposto: «Sì».


Note

1. The Groundwork è giunta nel 2015 all’attenzione della stampa, per esempio in A. PASICK, T. FERNHOLZ, «The Stealthy, Eric Schmidt-backed Startup That’s Working to Put Hillary Clinton in the White House», Quartz, 9/10/2015. Se avesse vinto Hillary Clinton, saremmo stati letteralmente seppelliti da celebrazioni sul ruolo dei big data e dei nerd progressisti nella sua elezione.

2. Uso l’espressione «imperi digitali» allargando il concetto di information empires di Tim Wu.

3. Uso la chiave di lettura di D. FABBRI, «La repubblica degli oligarchi», Limes, «U.S. Confidential», n. 4/2015. Il termine non indica giudizi di valore.


4. Per il testo del dibattito, cfr: M. BARNETT, «Transcript: Schmidt and Thiel smackdown», Fortune, 17/7/2012.

5. Attualmente in Alphabet, Google è solo una parte del conglomerato tecnologico, sebbene sia fondamentale dal punto di vista finanziario. La creazione di Alphabet può essere anche interpretata come una risposta all’obiezione di Thiel.


6. «Peter Thiel’s Speech at the Republican National Convention», Time, 21/7/2016.

7. Thiel ha finanziato la battaglia legale contro il sito di gossip Gawker del campione di wrestling Hulk Hogan che ha portato Sawker alla bancarotta. Il sito, nel corso degli anni, ha pubblicato alcuni articoli sulla sessualità di Thiel e un filmino pornografico di Hulk Hogan, senza il loro consenso.

8. J. PRAMUK, «Trump Supporter Thiel finally Puts His Cash behind His Candidate», Cnbc, 28/10/2016.

9. A. LEVY, J. LIPTON, «The CIA-backed Start-up that’s Taking over Palo Alto», Cnbc, 12/1/2016; M. LEV-RAM, «Palantir Connects the Dots with Big Data», Fortune, 9/3/2016.


10. «Peter Thiel Describes The Kinds of Startups He’D Never Invest In», Business Insider, 3/12/2014.

11. W. ALDEN, «Inside Palantir, Silicon Valley’s Most Secretive Company», BuzzFeed, 6/5/2016.

12. H. SENDER, «U.S. Defense: Losing Its Edge in Technology?» Financial Times, 4/9/2016.

13. Nei lavori che affrontano questo tema (si veda per esempio R.D. BLACKWILL, J.M. HARRIS, War by Other Means. Geoeconomics and Statecraft, Cambridge, MA 2016, Harvard University Press) si riconosce l’importanza delle sfide tecnologiche, ma si sottovaluta la connessione tra le imprese tecnologiche e gli interessi degli Stati Uniti. 14. A. WILLIAMS, «BlackRock and Google in talks over joint venture», Financial Times, 18/10/2015 

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